sabato 23 settembre 2017
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Bambino disabile ‘ostaggio’ in 40mq. Appello disperato per la casa popolare

Fonte: www.lanazione.it

Non c’è più tempo da perdere. E’ in gioco la vita, quella di un bambino di 10 anni che tra pochi giorni sarà dimesso dall’ospedale Niguarda di Milano – dopo l’ennesima operazione – e dovrà tornare nel trilocale a Pisanova dove da anni dorme – attaccato al respiratore – fianco a fianco nel letto con mamma Resi e la sorella gemella. Non in un letto medico – ormai, però, imprenscindibile ma che non entra nella casa da 40 mq – ma supino in un angolo, vicino al muro. Dove anche per chi non ha difficoltà respiratorie come lui – alunno della elementare Filzi, albanese, tetraplegico dopo una caduta accidentale dalle scale all’età di 12 mesi – sembra difficile poter resistere per più di qualche ora.

Ed è proprio una casa, un’abitazione adeguata all’emergenza sanitaria certificata ed evidente che la famiglia chiede. Esattamente come lo chiedono a gran voce le mamme e le maestre che seguono la famiglia e che da mesi bussano incessantemente ad ogni porta, incontrando assessori (Capuzzi per le politiche social e la Sds, Zambito per quelle abitative), servizi sociali, funzionari, tecnici e responsabili per ottenere l’assegnazione di un alloggio popolare. Abitazione che – così almeno rispondono gli uffici – non può essere accordata per un problema di residenza: Resi e il figlio sono arrivati a Italia nel 2009 tramite un programma di cooperazione internazionale ed è scattato il ricovero al reparto di Neuropediatria del Santa Chiara. Ma il certificato di residenza è datato 2014 perché nessuno, a suo tempo, ha spiegato alla famiglia l’iter da seguire. Così, pochi mesi fa, all’atto di fare richiesta per rientrare nelle graduatorie Erp, la scoperta: 5 anni di residenza o nulla.

Nonostante, appunto, l’emergenza sanitaria. Intanto la situazione sta degenerando. «Alla luce delle condizioni critiche attuali, Lorenzo (nome di fantasia, ndr) necessita di abitare in un appartamento senza barriere architettoniche così da garantire una vita di relazione accettabile nonostante la grave disabilità e necessaria per la crescita e il benessere»: queste le parole contenute nella relazione della fisiatra Raffaella Tosi, medico del Niguarda che sottolinea anche come la madre sia costretta «a prendere in braccio» il figlio per superare le scale (la carrozzina è troppo grande per l’ascensore) «mettendo a rischio sia l’incolumità del piccolo che la sua».

Una situazione insostenibile, per il bambino (per il quale, dicono i medici, potrebbe verificarsi a breve la necessità di una tracheotomia) e per la mamma che ora dovrà smettere di lavorare. «Sindaco, assessori Capuzzi e Zambito, ma anche tutti i funzionari, sono perfettamente informati – dicono due delle mamme della Filzi che hanno ‘adottato’ il piccolo, Ilaria Leoncini ed Elisabetta Vanni – avrebbe dovuto svolgersi un tavolo congiunto che non è mai stato convocato. La commissione casa si è riunita lo scorso 14 febbraio e la risposta è stata disarmante». Testuali parole, contenute nella lettera del 23 febbraio firmata dall’assessore Zambito: «La commissione ha valutato questa e altre 6 situazioni similiari in quanto tutte configurate come ‘casi sanitari in alloggio non idoneo e senza sfratto’ e ha deciso di sostenere la famiglia nella ricerca di un alloggio adeguato con la corresponsione dei depositi cauzionali e il mantenimento del contributo di integrazione all’affitto già in essere pari a 200 euro». «Risposta dalla quale si evince – dicono Leoncini e Vanni – che tutto sarebbe più semplice se ci fosse uno sfratto, cosa veramente assurda. E che non si conoscono i costi del mercato libero: un trilocale non viene meno di 700-800 euro al mese, a cosa possono servire 200 euro se Resi, unica portatrice di reddito, dovrà smettere di lavorare?».

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